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Siamo all’interno della sequenza che segna il definitivo passaggio di campo di Lulù Massa (Gian Maria Volontè), fino a poco tempo prima cottimista esasperato, venduto anima e corpo alla produzione, da qui in avanti avanguardia del gruppo di estremisti, decisi allo scontro duro con il padrone.
Nella fabbrica è in corso l’assemblea sindacale per decidere le forme della vertenza sul cottimo. Il sindacalista ha appena proposto una lotta articolata, che prevede due ore di sciopero giornaliere, e la maggioranza dei lavoratori sembra essere d’accordo con lui. A quel punto però Lulù ha chiesto di dire la sua. Prima impacciato, accetta poi di prendere il microfono.
Da questo momento descrive, con parole efficacissime, la sua condizione, esempio di totale sottomissione alla produzione. E’ una descrizione autocritica, che acquista ancora più convinzione quando il collega sindacalizzato (Gino Pernice) gli rinfaccia il recente passato di “cottimista” venduto al padrone. «Io sono una macchina. Io sono una puleggia, sono un bullone, sono una vite, sono una cinghia di trasmissione» grida Lulù. E dal fondo della sua condizione messa a nudo, ricava l’ appello a una lotta senza mediazioni, all’insegna del “vogliamo tutto” e dello sciopero ad oltranza.
«E chi non lascia il lavoro è un crumiro, una faccia di merda!», sull’onda di queste parole si precipita giù da palco, seguito da un gruppo di compagni. Correrà all’esterno, per mettersi in contatto con gli studenti che aspettano fuori dal recinto di fabbrica, e che sono stati ampiamente citati nella sua perorazione. Prima ignorate, ora sono proprio le loro parole d’ordine ad aver fatto breccia nella testa dell’ operaio Massa.
L’efficacia dell’intervento di Lulù è filmicamente enfatizzato da un quasi unico primissimo piano, con pochissimi stacchi sull’uditorio. Gian Maria Volontè, con la forza espressiva del volto, non guarda in macchina, ma è come se il protagonista che egli interpreta parlasse a se stesso, agli operai che ha di fronte sulla scena e al pubblico più vasto degli spettatori. In questo breve comizio si condensa la denuncia dell’alienazione dell’operaio di fabbrica, che è il tema dominante del film di Petri.
