Vogliamo tutto
Teatro di scontro tra la “classe operaia” e il “padrone”, la fabbrica è anche arena di aspro confronto tra rivoluzionari e riformisti, tra gli studenti che dall’esterno arringano i “compagni operai” incitandoli alla ribellione (“gli operai sono pronti per il potere, altro che cottimo”) e i sindacalisti che, all’interno dell’officine impostano un’ articolata e difficile vertenza sui tempi di lavoro e sulla sicurezza in fabbrica. Il film è in questo senso uno specchio del suo tempo, quel post sessantotto in cui si fronteggiavano, a sinistra, differenti strategie e visioni del mondo, ma che in comune condividevano la centralità della classe operaia, come motore di ogni cambiamento.
Forse avevano qualche ragione i cosiddetti gruppi extraparlamentari del tempo a sentirsi un po’ troppo macchiettisticamente messi sotto accusa nel film di Petri. Infatti da subito incitano alla ribellione, soffiano sul fuoco della vertenza sindacale, accendono la miccia degli scontri con la polizia davanti alla fabbrica; infine se ne vanno a fomentare lo scontro di classe altrove, abbandonando sul campo coloro che si sono effettivamente esposti, come Lulù (Gian Maria Volontè), che paga con il licenziamento l’impulsiva ribellione.
Tra operai e studenti c’è sempre, tranne la sequenza degli scontri, separazione fisica. Nonostante i tentativi degli studenti di arruolare adepti al loro gruppo rivoluzionario, c’è sempre il cancello della fabbrica a dividerli dai lavoratori. Un cancello che questi ultimi sono quotidianamente obbligati varcare, perché debbono portare a casa la busta paga, e che i primi possono invece, quando vogliono, lasciarsi alle spalle, perché sono ancora mantenuti da famiglie presumibilmente borghesi.
Lulù, che istintivamente diventa la bandiera del “vogliamo tutto”, sarà dai “compagni studenti” lasciato solo proprio nel momento della necessità. Ma è un’ esito è intuibile che egli stesso sembra mettere in conto, perché in tutto il film i suoi atteggiamenti, la sua mimica, le sue parole, il suo tono di voce, marcano, da questi alieni, una saggia o disincantata distanza.
Significativa la presentazione che ne fa a Livia (la convivente, che di mestiere fa la parrucchiera e vota Democrazia Cristiana) quando glieli porta in casa: «sentissi come parlano, non si capisce niente…».
Viceversa è grazie alla ostinata determinazione del sindacato che Lulù riesce a tornare in fabbrica. E, il reintegro dell’operaio Massa, è una vittoria “dell’unità sindacale”. «E’ la prima volta - afferma il sindacalista - che nella provincia riassumono un operaio licenziato per motivi politici. Oggi facciamo paura». Vale a dire, e siamo al quasi finale del film, che il sindacato, per quanto sbiadito nelle figure dei personaggi che lo incarnano, ha fatto il suo dovere e che, al contrario di quello che era accaduto nei decenni precedenti, ora, alle soglie degli anni Settanta, la forza dei lavoratori è una realtà con cui i “padroni” devono fare i conti.
In realtà però il film di Petri non indulge ad alcun trionfalismo. Anzi è una mesta allegoria sulla condizione umana nella società industriale. Nell’ultima sequenza, l’operaio Massa, reintegrato alla catena di montaggio, vaneggia, con i suoi compagni, un sogno dove «spacchiamo tutto e occupiamo il Paradiso». Ma nello stesso sogno, buttato giù un muro, si scopre che dietro «c’è solo nebbia…».
E dunque niente sol dell’avvenir, neppure nello sgangherato sogno. Non a caso a essere evocato a più voci è il Militina (Salvo Randone), vecchio compagno di fabbrica, finito in manicomio. Nel corso del film la visita al Militina ha rappresentato per Lulù forse l’unico momento di evasione. Per ricavare da un “matto” inoffensivo pillole di saggezza, del tipo: «un uomo ha diritto di sapere che cosa fa e a che cosa serve»; ma anche per trarre conferma alla sua triste, rabbiosa rassegnazione: «Non ti preoccupare - gli ha detto il Militina descrivendogli il manicomio -, qui è come la fabbrica, solo che non ci lasciano uscire la sera».
