La geografia dell’alienazione
Non tradendo il titolo del film la macchina presa si muove spesso dentro lo scenario dell’officina. Gira intorno alle macchine e agli operai, inquadra la catena di montaggio, mostra i particolari, i dettagli, i gesti, i pezzi che escono dalle macchine. E’ freddo l’interno di fabbrica: gli operai vestono pesanti maglioni, la colonna sonora sono i rumori delle macchine (che subentrano alla marcetta extradiegetica che accompagna il primo ingresso in officina). La fabbrica è un luogo freddo perché, a dispetto della solidarietà che dovrebbe cementare la “classe”, i lavoratori sembrano soprattutto tanti prigionieri (derubati del tempo della vita vera) impegnati individualmente a sfangarla per portare a casa i quattro soldi del salario. A riscaldare l’ambiente ci voglio le battute a voce alta (per sovrastare il rumore delle macchine tutti debbono urlare) e l’assemblea sindacale, che ci mostra finalmente lavoratori attenti e pronti alla lotta contro il cottimo.
Non è un bel posto la fabbrica ma dalla fabbrica non ci si libera quasi mai. Fisicamente e mentalmente. Lulù pensa alla fabbrica quando finalmente a casa si siede a tavola e allinea le posate sulla tavola apparecchiata; sogna con ossessione la fabbrica anche di notte. E, verso il finale del film, quando, assiste all’uscita di scuola del figlioletto Arturo e dei suoi compagni, commenta: «mi sembrate operai piccoli».
Il luogo “romantico” dove Lulù sceglie di portare la sua compagna di lavoro per farci finalmente l’amore (per la prima e presumibilmente unica volta) è lo squallido capannone della fabbrica di vernici dove ha lavorato da ragazzo, ora abbandonato e deserto. Come il cortile antistante, gran parte degli esterni del film appartengono alla geografia di fabbrica. Sono i cancelli lungo i quali corrono gli esagitati studenti, sono i perimetri innevati che contornano lo stabilimento, è il viale d’ingresso, con tanto di monumento al lavoratore operoso con incudine e martello. Sono anche tra gli scenari più colorati del film: ravvivati (si fa per dire) dalla neve che imbianca i paesaggi scialbi della pianura industriale.
Il colore dominate di molti interni domestici è invece tende al blu scuro. Sono spazi angusti, come il tinello illuminato dal fascio di luce che proviene dal tubo catodico della televisione, presenza fissa e invasiva nel tempo di vita extra lavorativo. Davanti alla televisione avvengono le discussioni in famiglia con Livia (Mariangela Melato), tra velenosi scambi di battute. E c’è la televisione accesa anche in una delle scene più importanti del film, quando Lulù, dopo gli scontri con la polizia, si porta a casa i nuovi compagni, gli studenti estremisti latitanti. Dovrebbe esserci tensione, discussione sul da farsi, ma l’unica richiesta che uno di loro gli rivolge è quella di non mettersi davanti allo schermo. Tutti catturati dai quiz di Mike Buongiorno, la cui voce fuori campo compare in più di un occasione: era il “principe” della televisione degli anni Sessanta.
