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Il corpo dell’operaio massa

Il corpo dell’operaio massa Un antipatico russare, il suono della sveglia sul comodino e più lontano, dalla strada, di una sirena. Inizia nel buio e con questi rumori La classe operaia va in Paradiso . E questo è anche l’inizio di una normale giornata di Lulù (Luigi) Massa (Gian Maria Volontè), metalmeccanico della produttiva Lombardia («quasi Svizzera», dice lui), di anni trentuno (ma ingolfato nei pesanti maglioni invernali ne dimostra di più), di cui metà già trascorsi in fabbrica. Si apre, questa giornata, con la colazione consumata a fianco del figliastro, un ragazzetto che lo zittisce al primo accenno di conversazione sul calcio e sulla prossima campagna acquisti. Sin dalla prima scena alcune battute taglienti annunciano il tono da commedia, che sarà una costante di molti dialoghi del film. Così come, nella penombra, la macchina da presa sta addosso ai movimenti ingessati di Lulù e della sua famigliola al risveglio, con primissimi piani , rivelando un’attenzione al corpo e ai dettagli che sarà una costante di tutto il film.

Il corpo dell’operaio massa L’ operaio Massa (ma se si adotta la “m” minuscola il singolo diventa una categoria sociale) è una persona che descrive e pensa il suo corpo in funzione della produzione e della fabbrica. La conferma è nelle sue prime parole è in una successiva inquadratura da tergo, quando ormai officina, di fronte alla macchina, si mette in moto (dopo varie torsioni del collo e della schiena e un accenno di danza sulle punte dei piedi) all’unisono con essa. Lulù Massa e la macchina sembrano una cosa sola. Lui ha con lei un rapporto schizofrenico. Ne è servo e padrone. Di fronte alla macchina si rivitalizza dal torpore mattutino (e si riaccendono in lui anche le voglie sessuali). La domina (disinvolto com’è a realizzare performance nei tempi di lavorazione) e ne è dominato, addirittura annullato.

Il corpo dell’operaio massa «E’ un mestiere che può fare anche una scimmia»: così Lulù descrive le sue mansioni alla catena di montaggio. Petri voleva descrivere l’alienazione e ci riesce con grande efficacia proprio nella prima mezz’ora del film, quando ci trasporta dalla casa al posto di lavoro, con Lulù Massa consapevole e vivente esempio di operaio alienato.
E’ pubblico il corpo dell’operaio, mentre, mentre pensa a voce alta e si affaccenda a realizzare la produzione, che gli varrà qualche quattrino in più (utile per contribuire al mantenimento, nel caso di Massa, di una doppia famiglia: la ex moglie e il figlio infatti vivono con un compagno di fabbrica). E’ una merce che il “padrone” si è comprato; niente di più niente di meno che i macchinari, con i quali è così assimilato.

Hanno ragione - in teoria - gli studenti, subito presenti fuori dai cancelli della fabbrica, a megafonare i loro slogan. Quando dicono agli operai che la fabbrica si mangia la loro vita dall’alba al tramonto. Quando urlano che i lavoratori non devono sottomettersi all’uscita al rito della perquisizione da parte dei sorveglianti, perché così facendo consentono ai padroni di frugargli anche nel corpo, come ha già fatto nella loro mente. Lulù Massa tira diritto e fa finta di non sentirli, non perché non capisca le contraddizioni della sua vita sacrificata alla fabbrica (anche per lui la fabbrica è «equivalente alla merda»), ma perché non vede alternative e perché la pratica è diversa dalla teoria. Per la stessa ragione tira diritto alla catena di montaggio, indifferente alle contumelie dei compagni di officina, insofferenti per i ritmi forsennati che lui impone a tutti quanti. Abbruttito e contro tutti, è consapevolmente venduto alla macchina e alla produzione, incurante delle stesse norme di sicurezza.

Il corpo dell’operaio massa Finché la macchina non gli prende un dito e tra essa e il corpo mutilato si crea una discrasia. Dopo l’incidente Lulù Massa diventa un estremista, con tutti gli esiti che ne seguiranno. Ma centralità del corpo, sul quale l’espropriazione è per sempre compiuta, continua a caratterizzare tutto il film. Emblematico l’episodio dell’amplesso consumato in macchina con l’operaia a cui da tempo riserva esplicite attenzioni. Lei è ancora vergine. Lui è uno che sa il fatto suo e detta i tempi e le mosse all’interno dell’abitacolo della sua Fiat 850 come se fosse alla catena di montaggio. Non è una scena d’amore e neppure un’appassionata “scopata”. E’ un esercizio da contorsionisti (ripreso con piani ravvicinatissimi), dove i corpi dei protagonisti fanno i conti con i pesanti ingombri dei vestiti invernali e con le strutture interne del veicolo (il volante, il cambio, la leva del freno a mano). Quando tutto è finito l’entusiasmo di lui, una volta uscito dall’abitacolo per ricomporsi e sgranchirsi, è riservato all’automobile: «Bella! È un anno che ce l’ho e la guardo ancora. C’è niente da dire. Macchina indovinata!». Mentre lei gli domanda: «Ma è amore questo qua?» e poi lo manda a quel paese.

 

  
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