Il cinema e la fabbrica
Nel cinema in generale, e anche nel cinema italiano, la fabbrica è raramente luogo di ambientazione nel racconto. E’significativo come nel corso degli anni Sessanta, che videro il nostro Paese compiere passi decisivi verso l’industrializzazione, siano comparsi nelle sale cinematografiche solo due film italiani (entrambi del 1963) aventi per soggetto il lavoro di fabbrica: i Compagni di Mario Monicelli, ambientato in una Torino di inizio secolo, e Omicron di Ugo Gregoretti, sempre ambientato sulle rive del Po, ma con innesti fantascientifici.
Alla fine di quello stesso decennio, quando, con l’autunno caldo del 1969, inizia una lunga stagione di lotte in fabbrica, le tute blu continuano ad essere abbastanza ignorate dal cinema di casa nostra. La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971) ha dunque il merito di essere il primo significativo film italiano post sessantottino sulla condizione operaia (destinato peraltro a rimanere un esempio abbastanza isolato, tranne rare eccezioni come Trevico-Torino… Viaggio nel Fiat Nam , 1973, di Ettore Scola).
Il film è figlio del sessantotto per almeno due motivi. Innanzitutto si colloca in continuità con i precedenti lavori di impegno civile realizzati da Elio Petri, e più precisamente da regista romano in sodalizio con Ugo Pirro (che dal 1967 collabora alla sceneggiatura dei suoi film). Particolarmente significativo in questo percorso Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) , che all’inizio degli anni bui dello stragismo senza nome e dalle trame manovrate da corpi deviati dello Stato, mette in scena una forte denuncia dell’impunità di chi ha il potere e lo esercita facendosi beffa della legge.
Il secondo motivo è che la fabbrica, dopo il sessantotto, è in Italia il centro dello scontro sociale sociale. I gruppi extraparlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia vi individuano il terreno ideale per la continuazione delle lotte contro il sistema iniziate nelle università. Il sindacato, che ha ritrovato seguito e unità con il successo degli scioperi di fabbrica, considera gli operai e in primo luogo i metalmeccanici punto di riferimento avanzato anche per le contrattazioni che riguardano le altre categorie di lavoratori. In questo senso il film di Petri è di straordinaria attualità per l’epoca. Riesce infatti a dare un quadro degli antagonismi (tra lavoratori e padroni, ma anche tra sindacato e gruppuscoli) che hanno per terreno la fabbrica, mantenendo, cosa non facile in anni così fortemente politicizzati, uno sguardo critico sulla realtà, a cominciare dalla rappresentazione di una classe operaia del tutto demitologizzata, prigioniera dell’ alienazione e assai timidamente proiettata verso la conquista del potere. Per questo si attirò, all’epoca, molte critiche a sinistra, che, riconsiderate oggi, tornano tutte a merito della sua lucida analisi e del suo film.
